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Configurazioni di costo: dal costo primo al costo pieno

Configurazioni di costo: costo primo, costo industriale, costo complessivo e costo economico-tecnico spiegati con un esempio, e quale usare per ogni decisione.

di Redazione Imprenditore VeroControllo di gestione

Le configurazioni di costo sono i diversi livelli a cui si può calcolare il costo di un prodotto: costo primo, costo industriale, costo complessivo e costo economico-tecnico. Ogni livello aggiunge una fascia di costi al precedente, e ognuno risponde a una domanda diversa dell'imprenditore.

Usare quello sbagliato porta a errori concreti: un prezzo che sembra buono e non copre le spese generali, oppure un ordine rifiutato che avrebbe portato margine. Vediamo le quattro configurazioni con un esempio, e quando usare ciascuna.

Quali sono le configurazioni di costo?

Si costruiscono come una scala, un gradino sopra l'altro:

Costo primo = Materie prime dirette + Manodopera diretta + Altri costi diretti

Costo industriale = Costo primo + Quota dei costi indiretti di produzione

Costo complessivo = Costo industriale + Quota dei costi commerciali, amministrativi e generali + Quota degli oneri finanziari

Costo economico-tecnico = Costo complessivo + Costi figurativi

In parole semplici:

  • costo primo: quello che finisce direttamente nel prodotto, i materiali e le ore di chi lo fabbrica
  • costo industriale, o di produzione: aggiunge i costi della fabbrica che servono a tutti i prodotti, come energia, manutenzioni, capireparto, ammortamento dei macchinari
  • costo complessivo, o costo pieno aziendale: aggiunge la parte di uffici, vendite, amministrazione e direzione, e la quota degli interessi sui debiti. Senza gli interessi si parla di costo operativo
  • costo economico-tecnico: aggiunge i costi figurativi, cioè quelli che non hanno una fattura ma esistono, come il giusto compenso del titolare che lavora in azienda o la remunerazione del capitale che i soci ci hanno messo. Li spieghiamo nella voce sui costi figurativi

Un esempio con i numeri

Prendiamo un'azienda di esempio che produce un lotto di 1.000 sedie in legno per un cliente. Il controller ricostruisce i costi del lotto:

GradinoVoceCosto del lottoCosto a sedia
Legno, colla, vernici, imbottitura18.00018,00
Ore di falegnameria12.00012,00
Costo primo30.00030,00
Quota di energia, manutenzioni, ammortamenti9.0009,00
Costo industriale39.00039,00
Quota di uffici, vendite, amministrazione e interessi8.0008,00
Costo complessivo47.00047,00
Quota di compenso del titolare e capitale3.0003,00
Costo economico-tecnico50.00050,00

Ora proviamo tre prezzi diversi:

  • a 52 € a sedia l'ordine copre tutto, anche il compenso del titolare, e lascia 2.000 € di guadagno vero
  • a 45 € a sedia copre il costo industriale ma non quello complessivo: la fabbrica è pagata, gli uffici no. Il lotto perde 2.000 € rispetto al costo complessivo
  • a 35 € a sedia copre solo il costo primo e una parte dei costi di fabbrica

Il prezzo da 45 € sembra buono a chi guarda solo la produzione. Ed è proprio l'errore più comune: fare i preventivi sul costo industriale e scoprire a fine anno che le spese generali non sono state pagate da nessuno.

Quale configurazione usare per ogni decisione?

Dipende dalla domanda.

Per il listino e i preventivi normali si usa il costo complessivo, meglio ancora quello economico-tecnico. Il prezzo deve pagare tutto, anche gli uffici e il tuo lavoro. Come arrivarci prodotto per prodotto lo spieghiamo nell'articolo su come calcolare il costo di un prodotto.

Per un ordine in più, quando la capacità è libera, il ragionamento cambia. Se la fabbrica è ferma per metà del tempo e gli uffici ci sono comunque, un ordine a 40 € porta margine, perché i costi fissi li paghi già. La soglia minima è il costo variabile, che spesso è vicino al costo primo. Ma vale solo per ordini aggiuntivi e occasionali: se diventa la regola, l'azienda lavora sotto costo.

Per il bilancio, le rimanenze di prodotti finiti si valutano al costo di produzione. L'articolo 2426 del codice civile dice che comprende tutti i costi direttamente imputabili al prodotto e può comprendere una quota ragionevole degli altri costi di fabbricazione. In pratica è vicino al costo industriale. I costi commerciali e generali restano fuori.

Per capire se l'azienda crea valore, si guarda il costo economico-tecnico. Un'azienda che copre il costo complessivo ma non paga un compenso adeguato al titolare sta, di fatto, facendo lavorare il titolare gratis.

Come si ripartiscono i costi indiretti?

È il passaggio più delicato. I costi diretti si attribuiscono con facilità, gli indiretti vanno divisi con una base: ore macchina, ore di manodopera, metri quadri, fatturato. La base sbagliata può spostare migliaia di euro da un prodotto all'altro. Quando i prodotti sono molto diversi tra loro, conviene ripartire per attività, con il metodo dell'activity based costing.

Cosa cambia quando si conosce il prezzo minimo?

Lo racconta il caso di Simone Mazza, Benfatto SRL, pulizie civili e industriali, autolavaggi e lavanderie. Con il controller Luca Andriolo l'azienda ha separato le business unit e ha calcolato il costo orario in full costing, con dentro tutti i costi di struttura. «Oggi conosce il prezzo minimo di vendita di quella singola ora per coprire tutti i costi di struttura», spiega Luca. In 9 mesi l'EBITDA è passato da 105.823 € a 140.175 €. Tutti i numeri sono nel caso studio di Simone.

Domande frequenti

Che differenza c'è tra costo industriale e costo pieno?

Il costo industriale comprende solo i costi di produzione, diretti e indiretti. Il costo pieno, o complessivo, aggiunge anche la quota dei costi commerciali, amministrativi e generali.

Il costo primo è uguale al costo variabile?

Spesso sono vicini, ma non sono la stessa cosa. Il costo primo guarda a cosa si può attribuire direttamente al prodotto. Il costo variabile guarda a cosa cambia con i volumi. La manodopera diretta, per esempio, è nel costo primo ma in molte aziende è un costo fisso.

Quale costo usare per fare il prezzo?

Per i prezzi di listino il costo complessivo, o meglio quello economico-tecnico. Il costo primo o variabile serve solo per valutare ordini occasionali quando c'è capacità produttiva libera.

I costi figurativi vanno in bilancio?

No. Non hanno una fattura e non entrano nella contabilità generale. Servono solo nel controllo di gestione, per capire se il prezzo remunera anche il lavoro del titolare e il capitale dei soci.


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